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trekking nelle foreste casentinesi

Voglio raccontare come è nato un viaggio e cosa è diventato una volta realizzato. L’idea di proporre trekking è il principale motivo della scelta di far diventare professione la mia passione nel camminare in ambienti naturali. Per maggior chiarezza Trek ed hike sono due esperienze differenti, il Trek è un viaggio e quindi è un hike di più giorni, un hike è un’escursione anche lunga ma di solito di uno o due giorni, usati per esperienze che di solito si fanno camminando in ambienti naturali.

Fatta questa precisazione torniamo al motivo della mia nota. Un trekking nasce dalla voglia di conoscere profondamente, intimamente un luogo naturale. Durante un’escursione ( e quindi un hike ) con alcuni clienti nasce da loro la voglia di sperimentarsi in questa attività ( il trekking ) ed hanno scelto il sottoscritto come guida ( e visto lo spessore di queste persone questo mi rende particolarmente orgoglioso ). Sono andato a rivedere tutti i miei trekking fatti nel corso degli anni, ed ho pensato che come prima esperienza un trekking nelle foreste appenniniche fosse la più adatta, e da qui la scelta di un trekking nel parco delle foreste casentinesi del monte Falterona e di Campigna. Quindi lavoro a tavolino anche sulla base della necessità di unire avventura, sicurezza, ed emozioni, e perché no anche relax.

I nostri monti appenninici hanno la possibilità di mostrare tutta la loro forza con un mix che difficilmente si trova nel mondo, e sono: accessibilità, cultura, emozioni. La spina dorsale italiana è ancora ricca di tracce del nostro passato, che pian piano le foreste stanno ricoprendo, ma che lasciano un ricordo quasi indelebile anche nella ricrescita di una foresta in alcuni casi quasi primordiale. Per viverle basta solo camminare e respirare profondamente, e viste le distanze che bisogna percorrere e soprattutto le pendenze, il respiro diventa molto profondo,questo camminare rende un trekking in queste foreste, un esperienza molto intima, e spesso fa emergere pensieri e ricordi del nostro vissuto, e fare questa esperienza, con altre persone, rende il tutto molto più ampio e profondo. Camminare insieme in queste foreste, ti fa diventare un drone che vola sopra la tua testa, con gli alberi che fanno da registi, “ con il cuore che scandisce il tempo “ ( modifica suggerita da una compagna di viaggio )

La mia idea di questo viaggio era quello di far vivere un’esperienza su alberi uomo ed acqua, questi tre elementi sono molto presenti nelle foreste del casentino, ed in tutte le mie esperienze passate sono stati gli elementi che più mi hanno toccato.

Il viaggio, il trekking, è iniziato nell’unica giornata di pioggia della settimana, e siamo quindi entrati in questa intimità nel migliore dei modi, con la luce diffusa dalle nuvole e gli alberi che ci hanno fatto da ombrelli. Passato il crinale ed entrati in Toscana la pioggia ci ha abbandonato e siamo arrivati ad una delle presenze più particolari del parco, l’eremo di Camaldoli. Qui il sole, le auto, ed i visitatori distratti e frettolosi, ci hanno fatto capire cosa ci aspettava, il contrasto tra le foreste di pochi metri prima, ed un turismo “normale” hanno iniziato a “toccare” i miei compagni di viaggio, e siamo ripartiti quasi subito. Da lì fino al primo rifugio, abbiamo camminato in quello che era uno dei trinceramenti della linea gotica tedesca, sono ancora molto evidenti i segni della violenza e dell’arroganza con cui l’uomo a volte si confronta con gli altri e con la natura, in netto contrasto con l’assoluta tranquillità dell’eremo e delle foreste non intaccate dalla guerra, lungo la linea gotica, trincee ed alberi di pochi anni ci mostrano un paesaggio usato male, ma che comunque ci trasmette emozioni, ci fa rivivere la fatica con cui l’uomo ha cercato di modellare e di usare quei ripidi pendii. Primo giorno soddisfatti e pronti per un’altra esperienza. Con il primo giorno ho valutato lo stato del gruppo, ed ho quindi proposto una piccola variazione al percorso rendendolo più lungo ma più coerente in quello che stava nascendo nei compagni di viaggio.

Il giorno dopo quindi, abbiamo percorso in buona parte, vecchi sentieri usati per il trasporto della legna, del carbone, e dei rifornimenti durante la guerra. Camminando distrattamente negli appennini è facile imbattersi in questi percorsi anche se non sono segnati, ci si trova facilmente in piazzole di vecchie carbonaie o come in questo caso in buche scavate per i trinceramenti o in grossi spiazzi per l’accatastamento del legname, la salita quindi rispetto al percorso pensato a tavolino, si è addolcita rendendo l’esperienza del cammino nella foresta più graduale, meno impattante. Arrivati sul crinale e con i piccoli scorci durante la salita, lo sguardo riesce ad arrivare più lontano, e come spesso accade anche la respirazione inizia ad andare in sintonia con l’ambiente che ci circonda. La via di cresta di questo parco è molto frequentata e nonostante la giornata ventosa e fredda, abbiamo incontrato molte persone, che in parte ci hanno rubato quell’intimità che stavamo cercando di costruire nel gruppo e nell’ambiente. Il secondo posto tappa ci ha regalato una delle poche radure che sono sul crinale di questo parco, un lascito delle antiche attività di pascolo dell’uomo, che nel corso degli anni sta lentamente lasciando il passo alla foresta integrale di Sasso Fratino ( la più antica d’Italia ) che è immediatamente a ridosso di questo passo, di questi vecchi pascoli. Ad accoglierci in questa giornata di fine tappa, 3 gheppi con il loro caratteristico volo a “spirito santo “ infine una gustosa cena, minestrone ( buonissimo ) ravioli e spezzatino con le patate

Terzo giorno si riparte, ci aspettano le vette più alte di questa parte dell’appennino, il Monte Falco ed il Falterona, camminiamo ancora sulle creste, ma il tema di questo viaggio dovrà cambiare, già nei giorni precedenti iniziavo a capire che i tre elementi che dovevano essere il filo conduttore non era più adatto, mancava un elemento importante l’acqua. Sembrava di camminare in un paesaggio autunnale ma senza quella varietà di colori che rende queste foreste uniche. I faggi perdono le foglie ancora verdi ed avvizzite dal sole e dal calore, tutte le sorgenti che incontriamo sono asciutte, e camminando in queste foreste si riesce anche ad alzare polvere, le uniche piante che resistono a questa estate così siccitosa sono i cardi. Nel pensare alle variazioni al tema perdo il sentiero e ci ritroviamo a camminare per un ripido pendio, dopo questa inaspettata variante arriviamo in cima al Falterona e poi alle secche e spoglie sorgenti di capo d’Arno, il lago degli idoli ci ripaga con la sua tranquillità e ci rimette presto in cammino. Il caldo dei giorni successivi e la mancanza di acqua nei torrenti e rigagnoli renderà ancor più suggestivo il percorso, rivelando la ricchezza e l’incredibile lavoro che ogni giorno queste foreste fanno per permetterci di respirare. Camminare sempre ricoperti dal fogliame a decine di metri di altezza dalle nostre teste, vedere anche come l’uomo usa ancora questo legno ( lungo il cammino abbiamo incontrato uomini al lavoro con il legname ) ci rende consapevoli della fortuna che abbiamo ad avere una spina dorsale così viva, lungo questo agitato tratto di terra sprofondato nel mediterraneo. Il gruppo in cammino è inconsapevolmente partecipe delle difficoltà di questi alberi e spesso si cammina in silenzio, con il respiro di ognuno di noi che si “accorda” con il poco vento che accarezza queste foreste

Il versante romagnolo, oltre che giornate decisamente calde, ci presenta il paesaggio marnoso arenario che lascia poco spazio alle distrazioni, ogni angolo uno scorcio diverso, sentieri che che lasciano immaginare cosa diventeranno quando arriveranno le piogge speriamo non violente. I solchi, le frane, le lame di terra erose dalle acque così assenti in questo anno, rendono unico ed irripetibile questo viaggio. Una variazione sul percorso ci ha permesso di camminare nel sentiero forse meno battuto di tutto il trekking, il tratto che dal rifugio Fontanelle arriva a Lago di Corniolo, per arrivare alla nostra prossima tappa ci aspetta una faticosa salita, ma il caldo soffocante ha caldamente consigliato di accorciarlo prendendo un autobus che ci ha portato al nostro nuovo posto di ristoro, un accogliente agriturismo e lì abbiamo anche dato il nostro piccolo contributo sgranando un cesto di fagioli, dopo una cena con pappa al pomodoro, ed un risotto all’anatra strepitoso. Nonostante non sia la prima volta che cammino un questa parte dell’appennino, mi meraviglio sempre di trovare e vedere paesaggi nuovi modificati dal tempo e dall’uomo, prima con il taglio degli alberi, poi con i pascoli, ed ora con l’abbandono. Due giorni di cammino quasi sempre da soli e ritroviamo la presenza dell’uomo nella diga di Ridracoli, un’opera che nonostante sia in netto contrasto con l’ambiente circostante, vista la quantità di cemento con cui è costruita, è bella da vedere, e pare che quest’opera sia apprezzata anche dalla fauna selvatica che la circonda, visto che probabilmente è una delle poche riserve di acqua anche per loro, forse per questo ci hanno accolto venendoci a salutare nell’ultimo posto tappa di questo trekking, di questo viaggio, un piccolo ma accogliente rifugio, con il lago e la riserva integrale di Sasso fratino che ci fanno da cornice.

L’ultimo giorno visto che il gruppo oramai è consolidato, un ultimo cambio di programma, per dare a questo viaggio, a questo trekking anche quel piccolo sapore di sfida tra noi e l’ambiente montano, un lungo rientro con davanti a noi tutto il dislivello disceso nei giorni precedenti, siamo risaliti lungo un ripido fosso, quasi completamente asciutto, per arrivare in cima al monte Penna un balcone che ci fa vedere tutto il cammino dei giorni precedenti, i percorsi ad anello hanno questo vantaggio, ti fanno crescere, aumentano la fiducia nelle tue capacità, perché ti aiutano a capire quali sono i tuoi limiti nel camminare … non ci sono.

Ogni viaggio ogni trekking è diverso, in ognuno di questi scopri aspetti nuovi di te stesso e delle persone che sono in cammino con te, quasi sempre piacevoli sorprese, il camminare più giorni insieme ci fa tornare bambini, ci rigenera e ci restituisce quella capacità di spalancare la bocca davanti a paesaggi naturali, ci regala di nuovo il grande dono della meraviglia, finchè l’essere umano avrà la capacità di meravigliarsi a quello che incontra l’essere umano avrà un futuro, ed il camminare rende tutto questo più semplice ed anche più vero. Voglio ringraziare i miei compagni di viaggio di avermi dato la possibilità di vivere di nuovo questa esperienza.

Vasco