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Da Pietralunga alla serra di Burano

A piedi nell’entroterra dell’entroterra

Una tiepida giornata di inizio febbraio mi fornisce l’occasione giusta. Il cielo è coperto ma sembra aperto al cambiamento. L’aria calda degli ultimi giorni ha sciolto la neve di gennaio. Non dovrebbe piovere; e questo negli ultimi mesi è già qualcosa.

Con metodo e ritualità preparo lo zaino con il necessario per stare fuori la giornata. Poi, messi gli scarponi, mi faccio accompagnare appena fuori Pietralunga, sulla strada, detta della Cima, che porta a Gubbio.

Punto all’orizzonte il Monte Catria e la dorsale appenninica, ma oggi posso solo immaginarli in quanto fagocitati dalle nubi e dalle nebbie, insomma dai vapori che salgono dalla terra zuppa d’acqua.

Mi faccio accompagnare perché oggi partenza e arrivo del mio andare non coincideranno, non farò un anello ma un bel tragitto di circa 17 km. Da Pietralunga alla Serra di Burano, strade di fondovalle e mezza costa e passi che l’uomo percorre da più di duemila anni.

Ad esempio, secondo gli studi storici, deve averlo compiuto, nella seconda metà del XIII sec., Albertino da Montone per recarsi al Monastero di Fonte Avellana dove poi divenne priore e acquisì i titoli per essere nominato santo. E infatti la traccia che seguo lungo le alte colline e le valli è quella della seconda tappa del “Cammino di Sant’Albertino”, segnato con sporadiche targhette e qualche segnale di pittura come Camino Camaldolese.

Lasciato alle spalle San Benedetto Vecchio, mi addentro in un territorio dove l’occhio non incontra superficie piana se non in qualche lingua di terra negli stretti fondovalle. La pelle della Madre Terra qui ha mille rughe, come intorno agli occhi di una vecchia contadina. Questi infiniti orizzonti, questo saliscendi senza sosta è da sempre stato uno degli aspetti che più mi ha colpito dell’Alta Umbria. E che immagino colpisca i “forestieri”; ho sempre pensato ad esempio che gli olandesi diventino frequentatori abituali e assidui delle nostre zone proprio per questo: abituati alla piattezza del loro paesaggio chissà da quale emozione vengono travolti quando si sono ritrovano a mirare i mille orizzonti che a volte, dai nostri toppi, si estinguono solo dopo il Monte Amiata.

Un territorio a cui calza a pennello la definizione di margine. Geografico, in quanto margine dell’Appennino ma anche della Valle del Tevere. Geologico, margine tra la la dorsale calcarea e il marnoso arenaceo. Anche nella Storia spesso è stato un margine, come ai tempi del corridoio bizantino. O negli ultimi sessantanni, cosi al margine da essere irrimediabilmente abbandonato da chi vi nasceva, ma anche non deturpato dalla modernità e dal cosiddetto sviluppo.

Nei colori spenti di gennaio, imbruniti dall’umido impregnante di questi giorni post neve e post piogge, un rosso punterellato colora diversi campi, con una saturazione tale da far pensare ad una coltivazione antropica. Invece sono le bacche della spinosa rosa canina…Altro che coltivazione, queste distese ci parlano della fuga dell’uomo e della Natura che avanza. La rosa canina infatti è una delle piante pioniere, una di quelle che inizia con i suoi cespugli a ricolonizzare i campi abbandonati aprendo la strada, in alcuni decenni, al ritorno del bosco. Camminare tra Pietralunga e le Serre oggi ci permette un’osservazione privilegiata su questo fenomeno di aumento della superficie forestale e sui meccanismi della cosiddetta “successione secondaria”. La migrazione da queste zone alla “industrializzata” Valle del Tevere dagli anni 60 in poi ha prodotto un abbandono progressivo ma anche selettivo, che ci permette di osservare oggi le varie fasi con cui il selvatico si riprende l’antropizzato. Dai campi più improduttivi e scomodi, abbandonati per primi con il ridursi della forza lavoro disponibile e dove già le piante pioniere hanno lasciato spazio al bosco, ai campi più fertili e comodi, smessi di coltivare quando il contadino è diventato agricoltore e dove si vede alberi nascere tra le spine e le spire delle piante che ne hanno protetto il seme. Fino al luogo sacro della società contadina, l’aia, probabilmente tenuta pulita anche dopo che la casa era stata lasciata, probabilmente curata per rispetto fino a che “non sono morti i vecchi”, e ora tutto un brulicare di ailanti, rose canine, ginepri, ginestre… quasi una rappresentazione vegetale della vitalità e socialità umana del tempo che fu.

Il mio legame con la terra, l‘essere stato un pastore , portano sempre i miei occhi a cercare nel territorio che cammino i segni e gli indizi dell’attività agricola. Che tipo di agricoltura, chi lavora, cosa si produce. Tra Pietralunga e la Serra di Burano l’agricoltura è ormai residuale, come dicevo poco sopra parlando dell’avanzare dei boschi che ha portato la superficie delle Foreste Demaniali di Pietralunga a circa 10000 ettari. Pochi campi coltivati, attorniati dai boschi e probabilmente…assediati dai cinghiali. Qualche coltivazione di cereale, che oggi verdeggia splendidamente risaltando in un paesaggio dai colori opachi e bruni. Qualche prato pascolo, in lotta con ginestre e rose canine. Qualche medicaio per il fieno. Terre povere, le conosco bene, quelle del marnoso arenario: povere di sostanza organica,esposte a erosione. Terre da cui l’uomo ha ricavato cibo e sostentamento sempre con immense fatiche, con “la stenta” come si dice da queste parti. Anche perchè oltre che con una Natura avara i contadini hanno dovuto sempre combattere con l’avidità dei padroni. L’agricoltura da queste parti nella storia mi è sempre sembrato qualcosa di eroico. Cosi non posso che provare un sentimento di ammirazione, di solidarietà quando attraverso gli sparuti poderi al lato della strada e vedo le poche persone al lavoro, ultimi custodi di un territorio. L’odore forte e inconfondibile delle mucche segnala la presenza di qualche piccola mandria all’aria aperta, nei recinti invernali nei pressi delle stalle e delle case. Le vacche e i vitellini si godono qualche timido raggio di sole, il fango provocato dagli zoccoli, il rotolone di fieno a sostenre l’alimentazione. La loro presenza, insieme all’assenza invece di pecore e capre, mi fa pensare invece alla forte pressione dei predatori . Non a caso un sentiero che incrociamo poco prima di metà percorso fa parte degli Anelli del Lupo, proprio perché nella zona già negli anni 90 fu accertata la presenza di un branco stabile. Del resto del lupo trovo segni di presenza durante tutto il cammino: le inconfondibili fatte, le grandi impronte impresse sul fango.

Proprio la grande quantità di pozze e terra bagnata ci fornisce l’occasione per ricostruire il sostenuto traffico del selvatico. Caprioli, cinghiali, istrici, tassi, volpi oltre al re dei predatori. Una serie di impronte più grandi di ungulato mi fa pensare al transito di cervi. I caprioli schizzano più di una volta su per l’impinnato bosco o dai campi…il bello di camminare soli!

Il sole alla fine illumina il pomeriggio e dirada le ultime nubi quando già sono verso il fondovalle che mi porterà ai piedi dell’imponente Serra. Mentre il Catria ormai è completamente nascosto, a nord ovest a volte fa capolino qualche scorcio di Monte Nerone, ormai anche lui denudato dalla neve. L’Appennino è la dietro, ma siamo in un territorio geologicamente differente. Siamo nel marnoso arenaceo, formatosi proprio quando l’Appennino si è elevato e nel corso del tempo ha riempito di detriti di origine terrosa il precedente bacino marino. Un territorio brullo e aspro. Durante il cammino incontro spettacolari pareti di argille scure a forte erosione che letteralmente si sbriciolano in sassi infinitesimali: le genghe, come vengono chiamate, simbolo inconfondibile di questa formazione geologica. Come inconfondibili sono i profondi fossi che solcano le alte colline, adornati, ove il terreno spiana un po o dove c’è semplicemte spazio al di là della verticalità, da una maestosa vegetazione ripariale. Pioppi e salici di dimensioni ammirevoli.

Proprio lungo i fossi che, alimentati dalle pioggie e dalla neve sciolta oggi ora cantano a festa ora ruggiscono dove la pendenza si accentua, nasce l’oro di queste terre, ciò che porta il nome di Pietralunga a essere conosciuto in tutto il mondo: il Tuber Magnatum Pico, comunemente conosciuto come tartufo bianco pregiato

Anche se le tracce degli insediamenti antropici ci raccontano che qui, proprio per la conformazione orografica e la povertà della terra, vi ha sempre abitato poca gente, la memoria scritta e orale ci racconta una grandissima quantità di storie. Proprio per questo essere impervio e boschivo potremmo incontrare, lavorando con la fantasia a ritroso nel tempo, i partigiani della V Brigata Garibaldi “Pesaro”; o inseguire i passi, ora rapidi e furtivi ora sicuri e sfacciati, dei briganti della Banda di Zigo…

L’ultimo pezzo, una erta salita che mi conduce alla strada asfaltata che a quota circa 700m taglia la Serra da sud a nord, mi ricorda che da queste parti anche il camminare è duro… un continuo saliscendi che porta ad accumulare dislivelli importanti anche senza percorrere le lunghe ascese tipiche della montagna. L’ora tarda del pomeriggio mostra le ultime attività umane sulla Serra. Un sommesso e laborioso andirivieni di persone e mezzi nei poderi, perché è l’ora delle stalle, cioè l’ora in cui si accudiscono gli animali domestici prima della notte

Quando Gaia mi riprende con la macchina, la radio mi riporta rapidamente ai giorni complicati che viviamo…il Covid, la crisi di governo, un sistema allo sbando… Sono sempre più convinto che con il centro che collassa cosi rapidamente, sarà proprio nei margini che si potrà coltivare speranza e nuova umanità. E che proprio per questo, oltre che per i noti motivi naturalistici e geologici, la bellezza, la pace e la calma forza, che ho sentito oggi durante il cammino, abbiano un valore inestimabile

Fabio Santori