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Il croco, fiore nuziale ma anche funerario

( dal Florario di Alfredo Cattabiani )

Il croco, diffuso in tutto il bacino del Meditteraneo, è uno dei primi fiori a spuntare nei prati primaverili con i suoi calici multicolori. Króke lo aveva chiamato Teofrasto di Ereso, ovvero “filamento”, per i suoi lunghi stimi simili a filamenti che porta al centro e sono giallo o rossi o color arancione, in armonia con le sfumature della corolla. quel “filamento” simboleggiava un legame d’amore, come narrava un mito greco. Un giovane di nome Krókos amava appassionatamente la ninfa Smilax: un amore destinato a finire inesorabilmente perché egli era era un uomo, e quindi come tutti gli uomini destinato alla morte. Gli dei impietosi decisero di trasformare Smilax in una salsapariglia – la Smilax aspera – e Krókos nel fiore che da quel giorno porta il suo nome.

In ricordo dell’infausta passione il fiore simboleggiò il desiderio d’amore e venne posto dai Greci e dai Romani sulle tombe degli amanti morti per amore.

È un fiore effimero che dura poco. Questa sua caratteristica insieme con il simbolismo funereo degli antichi ispirò al Pascoli una celebre allusiva poesia.

Un altro mito racconta invece ch’egli era nato dal sangue di Krókos, colpito involontariamente da Ermes mentre giocava al lancio del disco.

La storia di Croco è probabilmente la reminiscenza storica di un primitivo rito vegetale rinnovatore di energia, come sembra dimostrare una notizia curiosa riportata anche da Teofrasto e da Plinio: che il fiore ama essere calpestato, anzi diventa più bello se la radice viene schiacciata al suolo.

Anche nella civiltà minoica era un fiore sacro: infatti a Cnosso e a Festo compare sovente come motivo ornamentale; sicché è probabile che appartenga a una tradizione arcaica, anaellenica.

Nei riti eleusini operavano dei sacerdoti, i Krokónidai, con il compito di avvolgere i misti e le sacre bende e forse erano anche incaricati anche delle preparazioni dei prodotti ottenuti dalla manipolazione del croco, fra cui una tintura detta “crocina”, presente negli stili e negli stami della pianta. Questo ghénos ierón, o sacro collegio, era forse il residuo di un antico culto, prima dedicato ad Artemide e poi confluito nell’area demetriaca, come testimonia anche Sofocle facendo dire al coro dell’Edipo a Colono che i capi di Demetra e di Core erano ornati da una corona di narcisi e di crochi.

Che nella religione greca il croco sia associato soprattutto al mondo femminile lo confermano numerosi altri indizi: una tradizione arcaica lo considerava un fiore infero, nato accanto all’asfodelo nel giardino sotterraneo di Ecate. Color del croco era il peplo rituale di Pallade Atena; vestite con vesti di croco erano le árktoi, “orse”, le sacerdotesse bambine dei riti iniziatici del santuario di Brauron, infine Eos, L’Aurora indossava nell’Iliade un peplo color del croco. Non a caso, del resto, nella tradizione greco-romana questo colore è collegato al rito nuziale poiché Imene, o Imeneo, il protettore del vincolo matrimoniale, è avvolto in un mantello color zafferano. Omero, descrivendo il talamo nuziale di Giove e Giunone, cita fra gli altri fiori che lo ricoprono il croco. Per questo motivo è anche chiamato “il fiore della notte”. D’altronde fin dall’antichità si usa cospargere il letto nuziale con le sue corolle per augurare felicità agli sposi; e se la stagione non lo permette si nasconde sotto il cuscino un pizzico di zafferano. Si è invece perduta l’usanza di confezionare l’unguento crocino, considerato un potentissimo filtro d’amore.

Con lo stesso colore, ricavato però da una pianta orientale, la cui una, si abbigliano le spose nell’India settentrionale per seguire l’esempio della dea Pãrvatī che per attirare Shiova gli apparve in una veste color zafferano.

Ma perchè lo stesso fiore evoca simboli opposti, per quale motivo è stato considerato fiore nuziale e funerario?

Ogni fiore o albero collegato al mondo della Grande Madre è simbolo sia di morte sia di vita, come la dea che tutto genera e tutto accoglie, alla fine del ciclo, nel suo ventre cosmico